CANNES - c'è subito una piccola polemica attorno
al film di Paolo Sorrentino in concorso qui a
Cannes. La grande bellezza è stato amato
unanimemente dalla critica straniera e colpito invece dal
"fuoco amico", come dice Carlo Verdone.
The Guardian, Variety, Le Monde, tutti entusiasti. Per
il più prestigioso quotidiano francese "Jep è il
cugino romano del grande Gatsby". "Senza essere un capolavoro -
prosegue Le Monde - si inscrive nella tradizione dei
film romani melanconici: La dolce vita, Roma o La
terrazza. Con le dovute proporzioni Servillo si rivela
essere ciò che Mastroianni fu per
Fellini. Il paragone non finisce qui: Servillo e Mastroianni
sono entrambi dei lucidi osservatori del mondo che li circonda.
E se le feste degli anni 2000 non hanno nulla a che fare con
quelle degli anni '60 - nel frattempo c'è stato Berlusconi
- il vortice della mondanità è sempre altrettanto
vacuo".
"Chi pensava che all'estero non sarebbe stato capito - argomenta Sorrentino - non ha saputo leggere bene le cose. Anche con il Divo la preoccupazione era la stessa. Non voglio indagare le ragioni per cui accade questo. Certo, si viene a Cannes perché si ha a che fare con una platea internazionale, in questo senso si centra l'obiettivo". E a una domanda sulla bellezza del cinema italiano di oggi: "A dispetto di ciò che si dice, è vivo, con grandi autori e grandi attori, anche se viene stroncato aprioristicamente per una strana abitudine".
Alla sua quinta volta a Cannes, il regista napoletano è di nuovo accompagnato dalla sua "musa" Toni Servillo, dopo la breve separazione di This must be the place. E tocca proprio a Servillo sintetizzare il complesso rapporto di questo lavoro con il mondo felliniano, un rapporto che meriterà di essere studiato approfonditamente, al di là delle formule facili. "Fellini ha guardato Roma appoggiato dolcemente a una balaustra, Paolo invece ci è cascato dentro. Pensate che La dolce vita si doveva intitolare La bella confusione. Ma l'Italia di allora viveva ancora sulla spinta del dopoguerra, del rilancio, nutriva speranze che sono state raccontate da scrittori come Arbasino, Manganelli, La Capria. Qui c'è un flaneur che spreca il suo talento in una società di occasioni perdute... per questo il film ha un tono ben più malinconico".
Forse più che alla "Dolce vita" il suo film è vicino a "Roma", anche per la struttura impressionistica della narrazione. Ma cosa è per lei la città di Roma?
Da napoletano sono andato a Roma da ragazzo e più tardi mi sono trasferito a viverci. Così in tanti anni ho raccolto suggestioni e aneddoti. Ma è stata l'idea del personaggio di Jep a far sì che quegli appunti potessero diventare film, perché ci voleva un testimone che attraversasse quel mondo.
Roma contiene in sé la politica italiana, che lei in realtà ha scelto di non indagare quasi per nulla.
E' vero, la politica, come il clero, è un mondo prettamente romano che chi viene da fuori scopre. Ma di politica oggi si parla anche troppo, mentre il film è un'opportunità per andare in luoghi sconosciuti. Noi volevamo piuttosto gettare uno sguardo sull'umanità.
Dieci anni fa avreste fatto lo stesso film?
Si, sarebbe stato uguale, perché si interroga su sentimenti che non appartengono a un tempo preciso. Come dice Toni Servillo, La grande bellezza è la metafora di un paese che perde continuamente opportunità, mentre Roma, con la sua bellezza, testimonia che un tempo quelle opportunità sono state colte da qualcuno.
Che atteggiamento nutre per i suoi personaggi? Li disprezza? Li compatisce? Ha qualcosa in comune con loro?
Ho un occhio benevolo per la bellezza della città e verso le persone, anche se possono sembrare un po' insulse o non frequentabili. Dietro ognuno di loro ci sono malinconie, sofferenze, storie personali. Molti si sono sentiti chiamati in causa dal film e hanno reagito con violenza, altri hanno ammesso di sentirsi toccati direttamente. Noi stessi non abbiamo alcun problema ad ammettere di far parte, in qualche modo, di quel mondo.
Il senso di decadenza pervade il film.
Come dice il personaggio della Santa "la povertà non si racconta, ma si vive". Il film esprime una condizione di povertà d'altro tipo, una povertà spirituale, ho provato a raccontare questo impoverimento senza giudicarlo.
Non da ora lei è considerato un regista felliniano.
Ho interiorizzato la lezione di Fellini, come tutti i giovani registi italiani. Ma eviterei i paragoni: La dolce vita era un capolavoro, il nostro è solo un film.
Cosa la unisce a Toni Servillo?
Credo che lavoriamo spesso insieme per una combinazione di un senso di famiglia e di un rapporto imprevedibile e sempre inedito. È il mio miglior critico anzi forse l'unico critico di riferimento.
Non è importante l'essere napoletani?
Da Napoli viene un'ironia che non riscontro altrove. Il
personaggio di Jep è un napoletano che noi due conosciamo
e che è quasi in via di estinzione. Gente che nutre una
passione per il profondo e per il superficiale insieme senza
essere snob. Che si mescola con la starlette come con Moravia.
Che ha un disincantato sentimentale e usa il cinismo come forma
di difesa. Ma si sa che i cinici nascondono un lato
sentimentale molto sviluppato, che in lui appare quando
incontra il fantasma della ragazzina che aveva amato.
Il sentimento delle radici, la nostalgia per un amore perduto, il tempo che passa... alla fine Jep sembra ritrovare un centro di gravità.
Per lui le radici sono la nostalgia amorosa per quella ragazza. Ma a fare la differenza è anche il ritrovamento delle parole. Chi è stato scrittore una volta, lo resta per sempre.
Da dove viene la rappresentazione piena di sarcasmo del mondo mondo ecclesiastico, dei cardinali amanti della mondanità e delle suore dedite al botulino?
Non non ho una conoscenza diretta di questo mondo e la mia ironia si rivolge verso tutti i contesti. E' il gioco di Jep, che però non riesce con la Santa che nella sua semplicità apre uno spiraglio che va in un'altra direzione, quella del silenzio, di una relazione con la dimensione del sacro. Ma non mi sono ispirato a nessuna figura storica né per la Santa né per i prelati né per nessun altro, anche se è chiaro che adesso scatterà il gioco delle identificazioni.
Il film ora dura due ore e venti e durava molto di più. Lei ha tagliato molte scene, tra cui quella con Giulio Brogi nel ruolo di un vecchio regista cinematografico che Jep intervistava.
Il motivo per cui il film è così lungo e pieno di cose è che deve dare l'idea dello scorrere del tempo. Ognuno di noi coltiva delle zone di dubbio e di mistero su come sarebbero potute andare le cose nella sua vita.
La direttrice della rivista, Dadina, è una delle poche vere amiche di Jep, forse l'unica.
Con lei Jep non deve recitare, ci sono persone con cui ci si relaziona in modo sincero.
Jep è un giornalista che sfugge al classico cliché cinematografico del cronista stupido, anzi il mondo sembra essere molto più stupido di lui.
Abbiamo pensato a un giornalista perché un giornalista ha la possibilità di entrare in tanti mondi. Un giornalista intelligente è sempre mosso dal sentimento.
Ma Jep è anche, o soprattutto, uno scrittore.
Jep prende coscienza che il niente di cui lui parla tanto, grazie alla scrittura, può essere organizzato.
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